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Briançon

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Entroterra di Mentone

LONTANA dalla FOLLA 

Come già detto negli itinerari dell’entroterra ligure, bisogna tener conto del fatto che non viene descritto un percorso ad anello, ma lo si può completare aumentando il chilometraggio.

San Michele – Olivetta – Sospel – Col de Braus – Col de l’Ablè – Col de l’Orme– Lucéram – L’Escarène – La Grave – Peille – Sant’Agnès – Mentone

100% asfalto – 80 km

Stiamo scendendo lungo la Statale del Colle di Tenda, è il primo giorno di apertura dopo la lunga interruzione causata da una frana a La Giandola, prima di Breil-sur-Roya. Rientriamo in Italia, la macchina accosta sul ciglio della strada, la macchina accosta sul ciglio della strada proprio di fronte al piccolo borgo di Fanghetto.

La giornata era iniziata sotto gli auspici di un bel cielo blu, ma, lasciato alle spalle Limone Piemonte e le sue piste coperte di neve, sul versante francese si intravedevano le prime nebbie ad avvolgere le cime. L’aria è comunque meno fredda di quella che mi faceva lacrimare gli occhi nei giorni scorsi…

Una curva, e subito si inizia a salire seguendo le indicazioni per Olivetta. Fin da subito intuisco che non correrò il rischio di respirare troppo fumo quando le macchine  mi sorpasseranno: il luogo è estremamente tranquillo, sembra quasi che il tempo si sia fermato in una dimensione indefinita.

La vegetazione non profuma ancora come dovrebbe, la primavera è comunque ancora lontana.

Faccio rifornimento d’acqua alla fontana di Olivetta, approfittandone per osservare le case in pietra, l’una addossata alle altre. Continuo a salire tra gli ulivi, e nell’aria prevale l’odore rancido e penetrante delle olive schiacciate sull’asfalto.

Si torna in Francia, e poco dopo raggiungo in Col de Vescavo. Il paesaggio è brullo, i boschi sono ancora spogli, qua e là si vedono delle frane a testimonianza del maltempo che ha imperversato nei mesi scorsi.

Inizio a scendere ed oltrepasso i resti di un antico ponte, poi la strada procede con dei saliscendi, fino ad immettersi sulla principale, arrivando a Sospel.

Se su di una sponda della Bevera il borgo è ben conservato, con piccole case colorate ed un bel ponte a doppia arcata, dall’altra dei brutti residence fiancheggiano la strada che sto percorrendo. In centro stanno girando… un film? Uno spot pubblicitario? La gente fa capannello intorno alla troupe, io evito questo assembramento di folla e mi accingo ad affrontare, quasi in completa solitudine, i due colli che mi attendono. Lascio alla mia destra la strada che sale al Col de Turini, ed invece salgo prima al Col St.Jean, poi al Col de Braus (1002 m), a 12 km da Sospel. Nei primi 300m di dislivello vedo delle mimose fiorite accanto alle case circondate da ulivi: bellissime macchie gialle a vivacizzare il panorama. Dall’alto sono “controllata”: la mole imponente di una fortificazione segue il crinale dell’altura sopra Sospel, protendendosi verso St.Jean. Sarebbe raggiungibile con un itinerario segnalato VTT, ma oggi ho montato gli slick, e poi la strada è ancora lunga…

L’ampia sede stradale è completamente a mia disposizione, la pendenza abbastanza regolare; sto attraversando la foresta comunale di Sospel, profumata di resina. Al colle, per la pria volta nella giornata incontro il vento, che per adesso non crea problemi. C’è anche un monumento dedicato ad un ciclista che fu Maglia Gialla al Tour anni fa, da cognome italiano.

Intorno alla malandata locanda, rocce e pochi arbusti, un paesaggio quasi desertico. Il motivo è presto chiarito: un gruppo di quelle che sembravano rocce inizia a muoversi in massa, belando! Il loro appetito vorace ha ridotto sempre più la vegetazione già scarsa.

Si potrebbe proseguire in discesa, ma la mia ammiraglia decide di sfidare il cartello  “strada non pulita dalla neve” sulla destra, e dal deserto cespuglioso torno nel bosco di pini, chiedendomi che razza di piogge possa aver fatto da quelle parti. I ruscelli oggi quasi asciutti hanno un letto enorme, sconvolto, ci sono alberi rovesciati e detriti incastrati sui rami di quelli ancora in piedi.

Il Col de l’Ablè è il punto più alto dell’intero itinerario: 1146m slm, infatti l’aria è freddina. Per fortuna esce il sole (ma sul prato all’ombra c’è ancora una chiazza di neve), e ne approfitto per un pranzo veloce.

Vestiamoci, che adesso si scende! C’è subito una sorpresa, dato che la prima curva è coperta da un’unica lastra di ghiaccio. Non è durissimo, ma scelgo di passare a piedi, camminando di lato a piccoli passi cauti.

Giù, giù nel bosco, ho freddo alle mani, la strada è all’ombra, c’è ancora qualche chiazza biancastra ai lati, ma poi finalmente raggiungo il Col de l’Orme (1000m) dopo un breve falsopiano. Mi fermo per una foto e per ammirare questo strano paesaggio: sembra che sia passato un gigante, e dietro di sé abbia lasciato alberi atterrati, chiazze di erosione, frane, striature di roccia sui versanti delle montagne. Ci vedrei bene l’ambientazione di un film western.

La strada adesso scende bruscamente, con curve strette e lunghi rettilinei; incontro dei ragazzi in bici da corsa che salgono in pantaloncini corti, ma in effetti l’aria è già più tiepida… e poi la salita è sicuramente di quelle che scaldano!

5 km e sono a Lucéram, delizioso paesino arroccato sulla collina. Meriterebbe una  visita, ma devo proseguire. Si pedala velocemente in discesa, ritrovo la strada abbandonata al Col de Braus ed attraverso anche l’Escarène senza fermarmi. C’è traffico qui, sono tornata nella civiltà. Ma è solo una parentesi. Infatti risalgo per un tratto, e poi mi trovo nuovamente in uno scenario spettacolare: una profonda gola dalle pareti bianche. Sul fondo del torrente c’è una carcassa arrugginita di un’auto, ed io non voglio sapere come ci è arrivata! Entro alla cieca in una galleria scavata nella roccia, ma è breve. Esco in un paesaggio ancora diverso, ma questa volta si tratta di un’enorme cava a cielo aperto. La montagna è stata sventrata, addomesticata, ridotta in terrazzi che a mano a mano si addentrano verso il suo cuore e la riducono in polvere.

Pericolo di scoppio mine… sembra che nei giorni feriali la strada venga chiusa con apposito cancello in certi momenti. La Grave è una città mineraria, fuggo il più velocemente possibile dagli enormi stabilimenti grigiastri, imboccando la salita per Peille. E’ tornato il sole e fa caldo, ma sfortunatamente c’è pure il vento. Un tornante è a favore, nel successivo è contrario… Di nuovo ulivi e mimose, la fatica inizia  a farsi sentire. Vedo la strada sull’altro lato della montagna che si inerpica in modo preoccupante.

Peille è un altro capolavoro: villaggio perfettamente inserito, case in pietra raccolte le une vicine alle altre, un profondo strapiombo al di sotto e… un inquietante ponte sospeso, anzi, due! Sembrano passerelle tibetane, attraversano tutta la gola sottostante.

“Vai ancora fino al colle…”

Va bene, però poi mi fermo. Il vento aumenta, e da sopra calano delle nuvole minacciose. Raggiungo un valico senza nome, e decido di metter fine alla mia gita. Sono 61,5 km da quando sono partita. Ancora 9 km e sarei arrivata a La Turbie, per affacciarmi su Montecarlo. Però mi attira di più la salita ad un altro colle, che purtroppo avviene tra una fitta nebbia. Così non mi resta che immaginare gli strapiombi di rocce bianchissime (da cui talvolta siamo separati grazie ad illusori muretti), gallerie nella pietra e molte curve. Sfortunatamente anche Sant’Agnès (uno dei più bei villaggi di Francia, recita un cartello turistico) per me è solo un incerto campanile e qualche casa in pietra che si intravede appena.

Curve ed ancora curve, le nuvole adesso sono sopra di noi, vediamo l’autostrada, macchie gialle e bianche di alberi in fiore, ville eleganti qua e là tra gli alberi e… il mare! Siamo a Mentone, una ventina di km oltre il punto dove ho deciso di caricare la bici in macchina. Ho un conto in sospeso con questo posto. Dovrò tornare!!!

Provato il 17/02/2001

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BRIANÇON: TERRA DI FRONTIERA

Prendendo in mano una cartina del versante francese delle Alpi, in particolare quella che ci illustra la zona di Monginevro – Serre Chevalier, risulterà subito evidente un particolare: non stiamo parlando di impianti di risalita, indice di grande attività sciistica invernale, parlo invece della fitta rete di strade che collegavano i numerosi forti e postazioni militari, disseminate qua e là tra i monti.

Il vedere queste serpentine che attraversano boschi e versanti, personalmente rappresenta un richiamo irresistibile. Una volta sul posto, scopriremo che qualcuna è stata asfaltata, altre si sono quasi perse nel bosco, oppure vengono intersecate da nuove piste aperte per la manutenzione degli impianti da sci. Il grande numero di bivi dapprima ci preoccupa un po’, ma poi scopriremo che le strade sono ad anello, ed anche sbagliando in qualche punto, riusciremo comunque a raggiungere la meta.

L’itinerario che vi proponiamo è quindi soltanto una delle possibili combinazioni. Una volta sul posto, c’è di che sbizzarrirsi: viene voglia di passarci una settimana (anche di più!) e provare tutti questi itinerari, senza correre il pericolo di annoiarsi.

Inoltre, le Hautes Alpes francesi si vantano di essere una regione che gode di ottime condizioni meteorologiche; nel nostro caso, ne abbiamo avuto conferma.

Infatti, salendo lungo la Valle di Susa temiamo di dover rinunciare alla gita: cielo grigio con qualche goccia di pioggia ed atmosfera plumbea. Dall’altra parte del Monginevro invece splende il sole ed il cielo è di un bellissimo blu intenso.

Lasciamo le auto nell’ampio parcheggio di Le Champ de Mars, antistante il Fort de Chateau, ed entriamo nel centro storico di Briançon attraverso la Porte de Pignerol. Gli edifici sono imponenti, ma la cittadina ci accoglie con i colori caldi e vivaci delle sue case, alte sulle strette viuzze.

Facendo lo slalom tra la folla di turisti, scendiamo lungo la Grande Gargouille, la strada principale che attraversa il borgo per tutta la sua lunghezza. Attenzione però alla canalina in pietra nella sua zona centrale! Quando qui arriva il Tour de France, questa viene opportunamente ricoperta, altrimenti l’acqua scorre libera. Lo scopo originario era quello di avere subito acqua a disposizione in caso di incendio, pericolo sempre incombente quando tutti i tetti erano ricoperti da scandole di legno.

La pendenza è notevole, dobbiamo essere pronti a fermarci davanti alla fontana posta in una rientranza tra le case (Fontane Françoise I o “dei sospiri”). Dopo aver riempito borracce e camel-back, svoltiamo a sinistra e ci portiamo verso la Porte de la Durance, passando vicino alla Chapelle des Penitents.

Lasciamo Briançon alle nostre spalle e scendiamo su di una rotabile dal fondo dissestato al Pont d’Asfeld, che permette di superare le spettacolari Gorges de la Durance, scavate dal fiume sotto di noi.

La pendenza ci costringe fin da subito all’uso di rapporti agili, ed anche il fondo non è dei migliori, mentre affrontiamo i primi tornanti che salgono al Fort de Trois Tètes. Tra i pini, godiamo di suggestivi scorci panoramici sulla rupe fortificata; tale è infatti l’aspetto di Briançon vista da questo lato ed ai suoi piedi si scorgono le case della parte nuova della città. Più lontano invece si estende l’ampia valle della Guidane.

Arriviamo al forte e ne fiancheggiamo i bastioni, pervenendo ad un’ampia spianata, da cui si dipartono numerose strade: la prima, alla nostra sinistra, porta al Fort du Dauphin, che possiamo raggiungere molto rapidamente. Insieme al Fort de Salettes, che si nota dall’altro lato della Durance, serviva a controllare la via d’accesso dall’Italia.

Proseguendo con il nostro itinerario, evitiamo le tracce sulla destra e continuiamo diritto; al primo bivio scegliamo la strada che piega a destra, portandoci sul versante della Cerveyrette. L’altra pista invece continua tortuosa nel bosco e compie un lungo giro prima che noi la ritroviamo a la Seyte.

Il fondo di pietre bianche talvolta è profondamente inciso dall’acqua, oppure compatto e di piacevole percorrenza, altre volte i tratti ormai poco percorsi presentano fondo erboso.

Lasciato sotto di noi il Fort du Randouillet, poco dopo un’altra costruzione (Fort d’Anjou) incrociamo una carrozzabile asfaltata in corrispondenza di un tornante. Non la seguiamo, ma imbocchiamo una traccia sulla sinistra, piuttosto stretta e tortuosa. Questo sentiero, invaso dalla vegetazione, di tanto in tanto ci costringe a smontare di sella, soprattutto a causa del fondo, ma i più allenati del gruppo invece riescono a salire!

Grazie al sole che batte sugli alberi, il profumo di resina è una costante che ci accompagna di tornante in tornante. La pista erbosa si allarga e si fa meno impegnativa; poco prima di raggiungere dei baraccamenti in rovina possiamo godere della vista a precipizio sul fondovalle.

Una breve rampa ci porta a la Seyte, stazione intermedia della teleferica che collegava il forte di valle (Fort de Randouillet) con il Fort de l’Infernet, che raggiungeremo subito dopo. Tra le caserme diroccate possiamo ancora vedere una profonda cisterna sulla nostra destra, ma purtroppo manca una fontana a cui potersi dissetare…

Avanziamo per un lungo traverso seguito da alcuni tornanti, poi il panorama si apre completamente alla vista. Alle nostre spalle si erge maestoso il Massif des Ecrins, con il Pelvoux e la Barre des Ecrins coperte da ghiacciai, mentre a destra si stagliano le cime pelate e le pietraie che fiancheggiano la strada del Col d’Izoard.

Tralasciamo il bivio sulla sinistra ed avanziamo attraversando i primi ghiaioni fino ai baraccamenti di la Cochette senza nessun problema. Oltrepassato il costone, ci troviamo in un paesaggio lunare, con grosse frane che attraversano la strada, ostruendola in parte, a causa di recenti smottamenti. Transitiamo senza scendere dalla bicicletta e vediamo finalmente davanti a noi la meta finale. Giunti sulla cresta, la rotabile prosegue tra i prati; alla nostra sinistra una piccola costruzione in cemento ci indica una presa d’acqua. Poco sotto la strada, in un avallamento tra l’erba, c’è infatti una bella e freschissima fontana, che ci consente di riempire le borracce ormai vuote.

A questo punto ci aspetta lo sforzo finale, per raggiungere il Forte Gondran davanti a noi; il suo ponte levatoio è ancora percorribile, così entriamo dopo aver aperto il pesante portone ricoperto di lamiera.

Se qualcuno non fosse ancora soddisfatto, potrà compiere una deviazione: sulla cima di fronte a noi è infatti ben visibile una strada che taglia i ripidi ghiaioni e raggiunge l’ardito forte sulla sommità della montagna, 100 metri più alta rispetto al luogo in cui ci troviamo.

E’ sicuramente più facile vista da lontano che non sul posto…

Tornati sui nostri passi, lasciamo gli amici già più provati ad abbronzarsi, distesi sull’erba. Noi invece ci dirigiamo verso alcune casermette ancora utilizzate, per poi iniziare la salita al Janus. Il fondo è decisamente instabile, solo in qualche tratto si pedala con maggiore facilità; da una parte e dall’altra vediamo unicamente pietre grigie, bianche e rossicce! Un tornante finale ci porta al grosso forte e, se non siamo ancora appagati, possiamo avanzare su di un sentierino in cresta. Questo ci permetterà di raggiungere le due cupole corazzate dell’osservatorio, a picco sulla valle, da cui godiamo di una spettacolare vista a 360°. Da notare il Monte Chaberton e le sue imponenti opere di fortificazione, proprio davanti a noi. Su di una delle cupole si può vedere il segno lasciato da un proiettile di mortaio sparato proprio dai cannoni italiani.

A questo punto, torniamo dove avevamo lasciato i nostri compagni ed iniziamo la discesa lungo la carrozzabile che attraversa le piste di Monginevro, procedendo velocemente senza alcuna difficoltà. Subito dopo un tornante nel bosco, sulla destra vediamo un sentiero ben battuto: imboccandolo, possiamo evitare l’ultima parte di strada con un divertente single-track tra alberi e radici, con qualche passaggio tecnico.

In entrambi i casi raggiungiamo un’ampia pista che procede in piano nel Bois de Sestrieres, e la seguiamo in direzione opposta rispetto a Montgenèvre.

Senza attraversare la Durance, con alcuni saliscendi proseguiamo lungo una strada forestale dal fondo abbastanza buono. Dopo una breve, ma impegnativa, salita, incontriamo un bivio; imbocchiamo la traccia che scende sulla destra, incisa dall’acqua e piuttosto sconnessa. Il sentiero esce poi dal bosco ed attraversa dei prati per giungere alle case di le Fontenil. Qui scegliamo se continuare su asfalto lungo la Statale e tornare velocemente al punto di partenza, oppure attraversare il paese e proseguire su di una pista sterrata, che torna nel bosco e si congiunge con il percorso dell’andata sopra al Pont d’Asfeld. Lo ripercorriamo a ritroso ed entriamo in Briançon.

Se non siamo di quei bikers particolarmente attenti all’alimentazione corretta, allora a questo punto possiamo anche concederci una tappa in uno dei numerosi piccoli ristoranti che si affacciano sulle viuzze di Briançon per gustarci la caratteristica raclette, a base di formaggio fuso e carne. D’altra parte abbiamo faticato e consumato energie…

NOTIZIE STORICHE

Nel corso di tutto il nostro itinerario abbiamo potuto constatare come questa regione abbia vissuto un passato ricco di vicende militari, ma non solo.

La fortificazione della cittadella di Briançon risale all’inizio del 1700, quando l’architetto militare Vauban, autore di molte opere difensive in tutta la Francia, le diede l’aspetto attuale, dopo che la città era stata distrutta da un incendio nel 1692.

Prima di divenire il sito fondamentale per la difesa della Valle della Durance, all’interno del sistema fortificatorio alpino di Luigi XIV, essa fu un importante centro d’arte e di commercio, grazie anche all’indipendenza della regione, ottenuta a cavallo tra il 1200 ed il 1300. In quei tempi, Briançon era la “capitale” della Republique des Escartons, una confederazione di 5 cantoni (escarton, per l’appunto) a cavallo tra l’Italia e la Francia, che mantenne i suoi privilegi fino al 1713. Questo permise lo svilupparsi di una cultura e di un’economia molto vive. Se ne possono ancora cogliere i segni comuni nell’architettura e nella lingua franco provenzale – occitana, parlata nelle vallate che fecero parte di questa repubblica alpina.

I forti sui versanti delle montagne vennero invece edificati tra il 1700 ed il 1800, con successive modifiche ed ampliamenti nel corso degli anni, fino a venir utilizzati anche nella seconda guerra mondiale.

Provato  nell’agosto 1999.

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